“Il progetto si propone di descrivere attraverso delle fotografie, la condizione di sofferenza psicologica, a metà strada tra le nevrosi e le psicosi, spesso conseguenza di traumi infantili quali negligenza, abbandono, abuso.
Un passato che non si esaurisce nel tempo, ma continua a vivere nel presente, riattivandosi quotidianamente, influenzando il modo di sentire, amare ed esistere, e proiettando la sua ombra su un futuro fragile e inevitabilmente compromesso.
E’ un lavoro che nasce da una profonda conoscenza della sofferenza psichica e dalla necessità personale e professionale di raccontarla. Ogni scatto è intriso di lacrime e liberazione: nasce non da una, ma da più storie vere, da esperienze vissute, da ore di ascolto e di condivisione, da ferite aperte che cercano forma, volto e voce.
Le immagini non mostrano l’evento traumatico, ma rappresentano simbolicamente ciò che può rimanere dopo un trauma infantile: da una fase borderline iniziale (toni neutri e composizioni più minimaliste delle prime fotografie) fino, in alcuni casi, allo sconfinamento nella psicosi (ombre e contrasti sempre più marcati): identità frammentate, dissociazione, voci interiori, tentativi di auto-riparazione come prendersi cura di una bambola, un persistente senso di vuoto, vergogna e colpa, sentimenti di persecuzione e un rapporto conflittuale, persino con il proprio corpo.
Queste sono le principali e più devastanti conseguenze del trauma infantile.
Ho scelto un linguaggio concettuale, e non documentaristico, per tutelare l’identità e la vulnerabilità delle persone coinvolte e rendere le immagini universali: non ritratti di singoli casi, ma rappresentazioni simboliche di una condizione.
La ricerca estetica non mira a negare la sofferenza, bensì a sublimarla.
Il dolore viene messo in scena, contenuto all’interno di un’immagine quasi teatrale: trasformare il caos interiore in un’immagine ordinata è un modo per rendere il dolorepiù accettabile, più “narrabile”.
Il progetto si propone, inoltre, di promuovere una responsabilità collettiva.
È sufficiente allontanare un minore da un ambiente dannoso, se non viene garantita la continuità delle cure e del sostegno anche nell’età adulta?
Perché chi cresce in un ambiente frammentato rimane fragile e difficilmente riesce a raggiungere la piena indipendenza senza un supporto costante.
Molte di queste condizioni non arrivano neanche ad essere diagnosticate.
In Italia migliaia di minori vengono allontanati ogni anno dalle famiglie d’origine per essere tutelati dai servizi sociali e dall’autorità giudiziaria.
Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, oltre 30.000 minorenni vivono fuori dalla propria famiglia in affidamento o in comunità residenziali. Tuttavia, al compimento della maggiore età o al termine del percorso scolastico, e comunque non oltre i 21 anni, molte delle misure di sostegno si interrompono.
La protezione formale termina, ma le ferite no.
In assenza di una famiglia affidataria stabile o di un progetto di autonomia efficace, molti giovani si trovano a dover rientrare nei nuclei familiari da cui erano stati allontanati o ad affrontare una precoce e fragile indipendenza economica e abitativa.
In alcuni casi il rischio è l’emarginazione sociale, la precarietà estrema, o il ritorno in contesti disfunzionali.
La sofferenza psichica in cui versano, il più delle volte non adeguatamente presa in carico, si colloca spesso in quella zona di confine (Oceano Borderline) collocata tra nevrosi e psicosi, dove identità, regolazione emotiva e relazioni risultano profondamente compromesse.
La metafora dell’Oceano è stata creata e descritta dallo psichiatra e psicoterapeuta Luigi Cancrini in “L’oceano borderline. Racconti di viaggio.”, 2006, Raffaello Cortina Editore. E’ a questo testo che si ispira tutto il lavoro fotografico.







